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Partendo da un’analisi fatta da Alberto Mingardi su Il Sole 24 ore del 21 luglio 2010, la prima domanda che ci si deve porre a proposito dell’acqua è la seguente: ma di quale privatizzazione stiamo parlando?
Infatti Mingardi fa rilevare che - “se è vero che il decreto Ronchi mira ad una progressiva riduzione del peso degli enti locali nelle società a partecipazione pubblica già quotate in borsa, è anche vero però, che la quota pubblica massima, anche nel 2016, potrebbe assestarsi comunque al 30% del capitale con le amministrazioni locali obbligate a vendere un pezzo delle partecipate solo nel caso in cui vogliano mantenere l'affidamento diretto. Di “privatizzazione”, insomma, davvero non si può parlare: tanto rumore per nulla.”
“È triste che qualcuno chiami tutto questo “la privatizzazione dell’acqua”. È cattiva informazione, ai limiti della mala fede. Quello che si vuole è la messa a gara dei servizi. Se uno poi vuole mantenere la proprietà pubblica delle imprese lo può fare, ma queste devono dimostrare sul campo di valere almeno quanto quelle private. Si noti bene: le imprese pubbliche “brave” non avranno problemi, e in Italia per fortuna ne abbiamo diverse. Il timore di qualcuno è che la presenza dei privati aumenti i prezzi, in particolare dell’acqua. No, a questa obiezione la risposta è semplice: se non si vogliono i privati allora si faccia una gara, e se l’impresa interamente pubblica farà veramente prezzi più bassi, allora il privato non passerà. Avremo una gestione privata solo se sarà il privato ad avere prezzi più bassi, ma allora il problema non esiste”. - E’ evidente allora che la campagna referendaria è solo strumentale e demagogica che mira solo a creare clamore per far passare per sconsiderati coloro che invece desiderano spodestare la politica dalla gestione delle società e che con la scusante del bene pubblico mirano a mantenere lo status quo, quello degli acquedotti colabrodo, nonostante si parli di risparmio dell’acqua, di desertificazione in atto, ecc. ecc..
Proseguendo Mingardi scrive che “Per l'acqua “bene comune”, si è sviluppato un consenso vastissimo e spontaneo: una partecipazione così impressionante non si spiega solamente con l'efficienza della macchina organizzativa di chi, essendo fuori dal Parlamento, deve inventarsi campagne per restare vivo. Il lessico politico degli anti-liberalizzatori è accattivante. Chi difende il decreto Ronchi lo fa sulla base di ragioni di efficienza. Loro parlano di un diritto umano fondamentale. È facile fare le barricate «per il bene comune». Ma ogni tanto, il bene comune può essere il peggior nemico del buon senso. Chi infatti abbia un po' di buon senso non può difendere uno status quo che ci vede, sulla media nazionale, prelevare 165 litri d'acqua per erogarne 100. I dati Istat sulla dispersione idrica fotografano da anni una situazione preoccupante, soprattutto in alcune regioni del Sud, dove per distribuire 100 litri di acqua debbono esserne addirittura captati altri 100. Perché l'acqua sia un «diritto fondamentale», ovvero perché l'accesso alle risorse idriche sia effettivamente a disposizione di tutti, è davvero indispensabile che essa venga sprecata così?”
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